Il nuovo Stato

Quel 16 settembre 2013, non era un lunedì come tanti altri. Meravigliato, assistevo insieme a molte altre persone nel mondo, a un prodigioso esempio dell’ingegno italico.
Dopo la tragedia del naufragio della Costa Concordia, la grande ingegneria dell’italianissima Micoperi di Ravenna era riuscita a fare una cosa mai tentata prima: raddrizzare una nave di 114 mila tonnellate e restituire a uno dei tratti più belli del Tirreno la libertà dall’ingombro della stoltezza umana.

Mentre appassionatamente seguivo le operazioni, notavo la presenza di numerosi vascelli impegnati a tutela della sicurezza delle attività. Guardia di Finanza, Carabinieri, Guardia Costiera, Polizia di Stato e Marina Militare. Corpi diversi, tutti onorevoli – e ai quali tributo il mio massimo rispetto – ognuno con la propria organizzazione, con il proprio comandante e i propri sistemi operativi. Circostanza, questa, che ha richiesto una complessa struttura di coordinamento.

Mi chiedo: perché sui nostri mari non agisce un solo corpo militare, ad esempio la Guardia Costiera?

E’ vero che ciascun corpo ha peculiari compiti istituzionali, ma è anche vero che esistono ampie aree di sovrapposizione (si vedano gli interventi umanitari nel salvataggio dei migranti) che potrebbero essere razionalizzate. Una vera razionalizzazione della materia porterebbe una significativa riduzione dei costi e garantirebbe anche una maggiore efficacia, riuscendo a indirizzare le risorse là dove sono più necessarie.

L’organizzazione della giustizia ne è un altro esempio.

Perché esistono i Tribunali Amministrativi e perché non possono affiancare le corti e le autorità di indagine civile e penale? Non sarebbe, anche questa, una possibile razionalizzazione della materia? A fronte del “sacrificio” di qualche Presidente di Tribunale, si guadagnerebbe certamente in efficienza ed efficacia, a vantaggio di tutti i cittadini.

Oggi, a pochi mesi di distanza da quel 16 settembre di gloria per l’ingegneria italiana, assistiamo al meno glorioso e politicamente affannoso percorso di approvazione della Legge di Stabilità. I leader politici, delegati dal popolo italiano al governo del Paese, ansimano nello loro corsa verso una demagogica ricerca di redistribuzione del reddito, di equità e di austerità. Il risultato è solo un cruento inasprimento dell’imposizione fiscale. Senza né respiro, né prospettiva.

Così, mentre lo sviluppo economico rimane depresso, i leader politici continuano a fare promesse che – ovviamente – non possono mantenere, visti i presupporti sconfortanti da cui partono. Lo Stato è ormai governato dai contrappesi, che svuotano di potere il processo decisionale democratico e che si traducono nell’imposizione di un mero potere burocratico, non più attuale in questo clima economico globale.

Il Ministro Saccomanni, accompagnato dal Ragioniere generale Daniele Franco, per tanti anni ha fustigato con l’autorevole casacca della Banca d’Italia la struttura antiquata del nostro Stato, fondato su inopportune ridondanze e sul contrappeso. Tuttavia oggi, entrambi si trovano nell’imbarazzante posizione di proporre misure non in grado di incidere sul problema.

Ormai è chiaro che lo Stato vada ripensato. La conclusione è sempre questa, sia che si parli di forze dell’ordine, di amministrazione della cosa pubblica o di sviluppo economico. Un nuovo Stato, modellato sulle aspettative di un popolo affamato di giustizia nei confronti di una politica che troppo spesso ha arzigogolato e approfittato del potere conferitogli; un nuovo Stato che trovi la sua ragion d’essere nel servizio e non nell’esercizio del potere; un nuovo Stato che renda la burocrazia amica dei cittadini e delle imprese.

Ho un grande rispetto per i nostri padri costituenti, ma quest’epoca ci chiede di avere il coraggio di cambiare. In primis, ripensando lo Stato fin dalle fondamenta, affinché possa davvero rispondere alle esigenze del cittadino e di un Paese che deve competere nell’economia globalizzata.

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