Cinque domande ad Andrea Mennillo – “Le opportunità per l’Italia nel “nuovo Mediterraneo”. Solo Paese di frontiera?”

1. Dott. Mennillo, lo scorso mese di maggio al Middle East Institute di Washington si è tenuto un incontro dal titolo “The Middle East in 2025: Long Term Scenarios and Strategies for Stability”, durante il quale si è sottolineato come i conflitti e le continue tensioni che attraversano il Medio Oriente rendano quasi impossibile non solo fare previsioni di lungo periodo, ma anche e soprattutto mettere in atto politiche efficaci per creare un minimo di stabilità.
Guardando alle ultime cronache di casa nostra, non si può certo dire che l’Italia e l’Europa siano fuori dalla portata delle ripercussioni di simili eventi. Il Mediterraneo sta diventando un mare sempre più “caldo”. Come vede lei la situazione attuale?

Quando penso al Mediterraneo mi viene sempre alla mente la celebre immagine evocata da Fernand Braudel, che definiva il Mare Nostrum “non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà, accatastate le une sulle altre. Il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia”. La tragica realtà dei nostri giorni è tuttavia assai diversa. Negli ultimi anni il Mediterraneo, da culla di civiltà è divenuto uno dei punti di crisi più acuta della scena mondiale. Sono passati cinque anni dall’inizio dell’ondata di proteste che, partendo dalla Tunisia, ha infiammato con un rapidissimo effetto domino, l’Egitto e, in seguito, altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa.  Ne sono derivati profondi sconvolgimenti politici ed istituzionali nei Paesi coinvolti, ma oggi la “favolosa stagione” di rivoluzioni che aveva acceso speranze e promesse di libertà sembra essere definitivamente tramontata.

La sponda sud del Mediterraneo continua a essere una delle aree più instabili a livello mondiale. Ormai è chiaro che in tutti i Paesi interessati, il crollo dei vecchi regimi non ha portato un’evoluzione della loro identità strutturale, ma in alcuni casi li ha condotti addirittura a un peggioramento della precedente condizione. Su tutti la Libia dove, dopo la caduta del regime del Colonnello Gheddafi, lo scenario si è oscurato colorandosi di nero. L’Isis, approfittando del vuoto di potere presente nella Regione, è riuscita a penetrare, quasi indisturbata, nel Paese, conquistando città e siti di straordinaria importanza storica e culturale.

2. L’Isis è infatti ormai alle nostre porte. Secondo lei,è davvero un pericolo per noi in particolare e per l’Europa più in generale?

Certamente, è una questione che deve essere trattata con molta cautela ma allo stesso tempo con la giusta decisione. Le truppe del Califfato stanno proseguendo la loro marcia puntando verso i giacimenti petroliferi, da utilizzare per finanziare le proprie operazioni. I jihadisti continuano a rappresentare una seria minaccia per tutto l’assetto geopolitico, non solo di quelle zone. Il terrorismo dell’Isis costituisce un problema spinoso e delicato che implica conseguenze di dimensioni globali. Ma non c’è solo l’Isis…Ogni giorno sulle nostre coste sbarcano centinaia, o anche migliaia, di migranti, mentre il Mare Nostrum si sta trasformando nel Mare Mortis: migliaia sono i migranti che hanno già perso la vita nel tentativo di attraversarlo. I “cercatori di felicità”, come li ha definiti papa Francesco, sono i protagonisti della nuova drammatica storia del Mediterraneo. Inevitabilmente, il fallimento della Primavera araba ha aperto un serrato dibattito sui temi legati alle migrazioni e sugli aspetti pratici e legislativi strettamente connessi alla questione. La complessità della situazione ha quindi evidenziato una profonda difficoltà per l’Italia nel trovare strumenti e mezzi adeguati in un quadro di insufficiente collaborazione comunitaria.

3. La collaborazione, appunto. Torniamo un attimo ancora al Middle East. Durante la conferenza a Washington, uno degli spunti della discussione è stato il lavoro del Prof. Ross Harrison¹, dal titolo: “DefyingGravity: WorkingToward a Regional Strategy for a Stable Middle East”. In questo lavoro il Professore conclude che lo sforzo della comunità internazionale debba essere indirizzato alla creazione delle condizioni affinchè possa nascere una collaborazione a livello regionale. Ancora una volta si parla di cooperazione come precondizione per la stabilità e, perché no, della prosperità, in questo caso del Medio Oriente. Una collaborazione, però, che spesso manca anche laddove dovrebbe essere scontata, ad esempio fra gli stessi Paesi dell’Unione Europea. Una UE nella quale si parla sempre più spesso di integrazione, anche politica e fiscale. Vediamo invece che le difficoltà di dialogo sono ancora tante. Come può, secondo lei, questa Europa risolvere problemi come la migrazione?

Gli ingenti flussi migratori diretti verso le coste europee hanno acuito le contraddizioni della politica migratoria dell’Unione Europea, promotrice di una propria gestione della mobilità, spesso non coincidente con quella dei singoli Stati membri e caratterizzata dalla difficoltà di perseguire una strategia coerente e condivisa. Tale confusione ha certamente condizionato e limitato gli interventi e le decisioni sulla sorte dei migranti. Una sorte che sembra non interessare alcuni tra i più influenti Paesi presenti nell’UE come Francia, Germania, Spagna, che sembrano insensibili di fronte ad una tragedia di così imponenti dimensioni. La poca solidarietà dimostrata investe l’Italia di un nuovo difficile ma necessario compito:cercare di sensibilizzare attraverso l’esempio della sua accoglienza e della sua tolleranza la rigida visione europea su tale delicata tematica.

L’assenza di una chiara ed incisiva strategia comune europea nel Mediterraneo ha rappresentato, sinora, l’ostacolo più grande da superare. Un passo in avanti è stato fatto nella riunione straordinaria del Consiglio d’Europa del 23 aprile scorso, che ha presentato la nuova strategia politica sull’immigrazione. Sono quattro i pilastri del nuovo piano europeo che prevede: l’aiuto ai Paesi di origine e transito dei migranti, il controllo delle frontiere a sud della Libia e nei Paesi limitrofi, le missioni di sicurezza e difesa contro i trafficanti e scafisti ed, infine, l’obbligatorietà della suddivisione dei profughi sulla base di un meccanismo di quote. Quest’ultimo pilastro pone così le basi per una revisione del trattato di Dublino che imponeva la permanenza dei richiedenti asilo nel paese del primo ingresso. Ma proprio questo ultimo punto rappresenta il nodo più difficile da sciogliere. I 28 Paesi membri saranno chiamati, dunque, ad accogliere i migranti secondo un meccanismo di ripartizione basato su diversi criteri, dal prodotto interno lordo ai tassi di disoccupazione, fino al numero degli asili già concessi. Un punto che è stato al centro della riunione della Commissione europea del 13 maggio. Alcuni Paesi, tra cui l’Inghilterra e la Repubblica Ceca, si sono dichiarati contrari alla soluzione delle quote, ponendo un ulteriore ostacolo al raggiungimento di un comune piano di intervento.

Stando alle decisioni della Commissione, l’Italia sarà esonerata dal dover accogliere quote di nuovi profughi, poiché il nostro Paese ha già superato la quota prevista dagli schemi di redistribuzione presentati.

Vorrei dire a coloro che pensano che il nostro Paese non faccia abbastanza, di tenere presente che l’Italia ha la terza quota più alta per la redistribuzione dei migranti già presenti in Ue, pari a circa il 12% dei richiedenti asilo già presenti in Europa o che entreranno direttamente in territorio europeo (dopo Germania con il 18,42% e Francia con il 14,17%).

4. Isis e migrazione sono dunque due fronti che ci coinvolgono direttamente e che, anzi, vedono l’Italia in una posizione centrale. La sensazione è che il nostro Paese fatichi a far sentire la propria voce in Europa e a prendersi quel ruolo da protagonista che gli spetterebbe. Quali opportunità, se ce ne sono, secondo lei potrebbero aprirsi nell’immediato futuro per l’Italia? Abbiamo carte da giocare per trasformare due situazioni difficili in un’occasione di rilancio per la nostra politica estera?

Sì, all’interno di questo scenario di crisi l’Italia ricopre un ruolo politico e strategico fondamentale. O, sarebbe meglio dire, continua a ricoprire un ruolo. Il nostro Paese, da quasi tre millenni, occupa una posizione importante nell’area del Mediterraneo: da porto dal quale si salpava alla volta della “quarta sponda” è divenuto, ora, porta verso l’Europa. L’Italia, non dimentichiamolo, si è sempre proposta come elemento catalizzatore del dialogo Euro-Mediterraneo, dimostrandosi all’altezza di questo difficile compito. Nell’ultimo periodo soprattutto, proprio in seguito alla instabilità politica della sponda Sud del Mediterraneo, il nostro Paese nell’ambito della Politica di vicinato (PEV) si è impegnato a sostenere e a puntare con attiva determinazione sulla “dimensione meridionale” della PEV, nella convinzione che è proprio da quell’area che provengono per l’Europa i principali rischi sotto il profilo politico ed economico. Nelle relazioni fra l’UE ed i Paesi di quella zona, in particolare con Algeria ed Egitto, l’Italia è, inoltre, considerata un interlocutore privilegiato per il ruolo di mediatore in ambito europeo. Ad ulteriore conferma del ruolo preminente assunto dall’Italia nello specifico settore, è stato rinnovato al nostro Paese l’incarico della direzione del Centro Internazionale di Coordinamento (CIC) ove operano i rappresentanti dell’agenzia europea FRONTEX, l’Agenzia UE che si occupa di migrazione, e gli appartenenti alle organizzazioni aderenti sia nazionali che degli Stati membri, per la cooperazione internazionale a contrasto dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina. Non solo, perchè sul fronte Isis, l’Italia è in prima linea anche nella crisi libica, continuando a dare il suo pieno appoggio alla mediazione dell’ONU. Il nostro Paese offre alla squadra dell’UNSMIL² il massimo supporto possibile, sia dal punto di vista logistico ma soprattutto diplomatico: l’Ambasciata italiana a Tripoli è stata, infatti, tra le ultime rimaste operative.

5. Federica Mogherini, a proposito della questione migranti, ha recentemente dichiarato: “Dividere le responsabilità in Europa significa acquistare credibilità e la collaborazione con l’Onu è essenziale se vogliamo risolvere il problema”. L’Alto rappresentante ha sottolineato, inoltre, che “finalmente arriva una risposta europea, ed è una risposta globale, che coglie tutti gli aspetti del problema. Abbiamo proceduto in modo integrato e coordinato”. Lei pensa che siamo davvero a un punto di svolta?

Il lavoro svolto da Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, si è rivelato efficace e costruttivo. L’Italia si è battuta sin dalla prima ora per avviare e promuovere una politica congiunta tra i maggiori Paesi europei. Auspicando un vero dialogo politico, si è così cercato di trovare un punto di incontro tra le differenti posizioni che portasse a una concreta ed efficace soluzione comune.

Difficile dire se ci troviamo a un punto di svolta, ma non c’è dubbio potrebbero esserci ancora colpi di scena prima di arrivare a una vera soluzione condivisa.

1) http://www.mei.edu/content/article/defying-gravity-working-toward-regional-strategy-stable-middle-east
2) United Nations Support Mission in Libya

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