Cinque domande ad Andrea Mennillo – “La Russia non è più sola contro l’Isis. Ma l’Unione Europea non sembra voler cedere sulla questione Ucraina”

Dopo i fatti di Parigi, Hollande è sempre più vicino a Putin. Anche Renzi ha dichiarato: “Contro l’Isis coalizione ampia”. Cameron vuole raid in Siria. Berlino invierà i Tornado e 650 soldati in Mali. La posizione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti nei confronti della grande potenza russa potrebbe presto cambiare?
Forse. Lo abbiamo chiesto ad Andrea Mennillo, in occasione del convegno organizzato a Roma lo scorso 19 novembre dall’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). Nella prestigiosa cornice offerta da Palazzo Montecitorio, si è infatti discusso di “Guerra alle porte” e di come “Contenere i conflitti nel Mediterraneo”.

1. Dopo l’escalation terroristica delle ultime settimane, è ormai unanime l’invito a non disperdere le forze e ad agire quanto prima. Ma come trasformare l’indignazione in azione?

L’attacco kamikaze contro la roccaforte di Hezbollah a Beirut, l’attacco contro l’aereo di linea russo partito da Sharm el-Sheikh e gli attacchi a Parigi avevano tutti lo stesso obiettivo: diffondere il terrore. Ma proprio come l’esecuzione del pilota giordano ha suscitato forme di patriottismo nella popolazione locale, gli attacchi a Parigi stanno trasformando la lotta all’Isis in una causa nazionale. Come Al Qaeda, Isis non ha nessun sostegno tra il popolo musulmano che vive in Europa. Recluta solo ai margini.La questione ora è come trasformare in azione l’indignazione che hanno suscitato gli attacchi di Parigi. Una massiccia operazione di terra da parte delle forze occidentali, come quella condotta in Afghanistan nel 2001, sembra fuori discussione; se non altro perché un intervento internazionale costringerebbe a fare i conti con gli interminabili conflitti locali. Anche un’offensiva coordinata da parte dei poteri locali sembra improbabile, date le differenze dei loro obiettivi: l’azione richiederebbe un accordo politico fra gli attori regionali, a partire dall’Arabia Saudita e dall’Iran, rivali da sempre.Quindi la strada da percorrere è lunga, a meno che Isis crolli improvvisamente sotto la vanità delle sue aspirazioni espansionistiche o imploda per le tensioni interne. In ogni caso, Isis va al momento considerato come il peggior nemico di sempre.

2. Putin le sembra un visionario?E dopo Parigi non è più solo contro il terrorismo. Cosa è accaduto?

Il 13 novembre ha segnato una sorta di spartiacque. La lotta al terrorismo è diventata una lotta globale. I fatti di Parigi hanno cambiato il mondo, non solo l’Europa, e l’opinione pubblica sembra sostenere la determinazione del presidente russo in chiave anti-Isis. Anche il presidente Hollande ha già incontrato Vladimir Putin che,dopo l’abbattimento del caccia russo nei cieli della Turchia,sembra ancora più motivato a colpire le “roccaforti”dell’Isis. La Francia sta coinvolgendo, come è giusto che sia, i suoi partner europei e già Gran Bretagna e Germania hanno risposto positivamente. Penso siano tutti dell’opinione che la soluzione non possa essere solo militare, ma anzitutto politica e che debba prevedere le dimissioni del presidente Bashar al-Assad. Tuttavia, azioni decise sono necessarie per costituire una prima “diga” alle mire del sedicente stato islamico. Lo stesso Cameron ha chiesto ai deputati di votare i raid anti-Isis in Siria, mentre anche Berlino, con Parigi, è pronta a un confronto militare.
Rimango un po’ perplesso sulla strategia militare degli Stati Uniti che, dopo il ritiro dall’Irak e dall’Afghanistan, sembrano aver abdicato dal loro ruolo di strenui nemici del terrore. Adesso la loro posizione è decisamente più distaccata: una guerra da lontano, con attacchi aerei. A quanto pare, Washington non ha alcuna volontà politica di inviare truppe di terra, si limiterà a portare avanti un’azione di contenimento e punterà ad eliminare i terroristi con bombe e droni.Purtroppo, però, sono sempre più dell’idea che una guerra di questo tipo non potrà essere vinta senza attacchi da terra.
Detto ciò, penso che la Francia sia forse la sola potenza veramente impegnata ad annientare l’Isis. Tuttavia, portare avanti una guerra su due fronti così come sta facendo nella regione africana del Sahel (dove c’è già una presenza ingente di uomini e mezzi) e ora anche in Medio Oriente, richiede risorse importanti.

3. In questo particolare frangente, l’UE continua a mantenere le sanzioni contro la Russia, che oggi è la più determinata contro l’Isis. Non le sembra una situazione alquanto ambigua?

L’ambiguità delle sanzioni è emersa con forza proprio in Francia, dove già predomina il sentimento comune a migliorare i rapporti con la Russia e ad allentare la tensione economica. Il presidente Putin, da parte sua, ha già ordinato di coordinare le prossime operazioni con i nuovi alleati francesi. Per i Paesi europei può diventare difficile giustificare le sanzioni alla Russia, soprattutto in un momento in cui questa è il Paese che più si sta esponendo sul fronte della lotta all’Isis. Addirittura l’Unione Europea ha rinnovato le sanzioni fino a luglio 2016. Leggevo sul New Tork Timeschele uniche opzioni riguarderebbero la durata delle sanzioni, da tre mesi a un anno, senza nessuna ipotesi di una loro rimozione. Al massimo, un periodo inferiore per dimostrare a Mosca che il fronte europeo non ammette alcuna concessione sull’Ucraina, fino a quando il piano di pace previsto dagli accordi di Minsk non sarà pienamente rispettato. Tutto ciò, nonostante i tentativi di migliorare gli accordi dopo gli attentati di Parigi. Intanto, in Francia l’ex primo ministro François Fillon ha chiesto esplicitamente al Presidente Hollande di cancellare le sanzioni contro la Russia. Credo sia questo l’unico modo per spianare la strada verso una grande coalizione contro lo Stato islamico.

4. È scontro ormai tra Russia e Turchia dopo l’abbattimento del caccia russo. Un clima di guerra che mette sempre più incertezza nell’economia mondiale. Secondo lei, l’esacerbarsi dei rapporti Russia-Turchia quanto incide sulle rispettive economie locali?

Il clima di guerra è ormai evidente ed emerge anche dalle continue dichiarazioni dei capi di Stato. Da un lato si cerca il dialogo diplomatico, interrotto però con l’abbattimento del caccia russo nei cieli della Turchia, dall’altra le misure restrittive adottate dalla Russia, non fanno altro che acuire il conflitto. Da qui la decisione di Ankara di sospendere i raid anti-Isis in Siria. Mosca ha ritirato la contraerea missilistica dal confine turco, ma quello che sembrava un segnale di disgelo, è stato subito vanificato da un altro episodio che ha coinvolto 50 imprenditori turchi fermati nella Russia meridionale con l’accusa di aver mentito sui motivi del loro ingresso nel Paese. Lo scontro tra Russia e Turchia diventa, dunque, sempre più frontale e, tenendo conto dell’appoggio degli Usa al governo di Ankara, l’impatto è amplificato. Putin ancora si aspetta delle scuse per l’abbattimento del caccia, scuse che non arriveranno. È evidente che in questo clima di tensione a rimetterci sono gli affari. Basti pensare che, dati di Bloomberg alla mano, la Russia è il primo partner per le importazioni turche, per un valore di oltre 25 miliardi di dollari. Nel 2014, il valore degli scambi commerciali tra Russia e Turchia hanno superato i 30 miliardi di dollari, ma oggi è allarme sulle prime pagine dei quotidiani finanziari russi, perché dopo l’attacco al Su-24 e l’ira di Putin, tutto rischia di finire in un buco nero. Sono infatti inserio pericolo anche i rapporti commerciali che sinora si mostravano fiorenti nonostante la congiuntura sfavorevole. Lo scenario si delinea difficile, perché non dimentichiamoci che Ankara è fortemente dipendente dal gas russo. Gli equilibri sono delicati e la situazione è in continuo divenire, ma il futuro non promette nulla di buono.

5. C’è un altro aspetto da gestire in questo particolare frangente: l’arrivo dei profughi siriani. Quanto è importante, in tal senso, un intervento dell’Ue per emarginare il fenomeno che rischia di travolgere l’Europa intera?

Nel vertice straordinario tra Ue e Turchia tenutosi di recente, Bruxelles e Ankara hanno concordato un piano comune d’azione proposto dal Consiglio europeo il 15 ottobre scorso. L’obiettivo è quello che,grosso modo, tutti gli Stati europei si aspettano, ovvero arginare, trattenendoli in Turchia, i rifugiati siriani che vi arrivano in fuga dalla guerra civile con l’intenzione di raggiungere l’Europa. Con questa mossa gli Stati membri e soprattutto la Germania, una delle mete più ambite dai migranti e più sotto pressione, sperano di ridurre sensibilmente e per un periodo accettabile, il flusso di arrivi. Per farlo, l’Unione ha messo mano al portafogli – non senza qualche polemica – confermando un finanziamento di 3 miliardi di euro richiesti dalla Turchia per farsi carico delle operazioni di accoglienza.Attualmente Ankara ospita circa 2,2 milioni di rifugiati, per i quali ha già speso 8 miliardi di dollari. L’accordo consentirà ai Paesi del Vecchio continente di riportare in Turchia i così detti “immigrati economici” irregolari che da lì sono passati prima di arrivare nell’Ue, ma che non hanno diritto alla protezione internazionale. Ci penseranno poi le autorità turche a rimpatriarli nei rispettivi Stati d’origine.In cambio, oltre ai 3 miliardi di euro che “andranno direttamente ai rifugiati”, come ha rimarcato il premier turco AhmetDavutoglu, Bruxelles, che controllerà la spesa, promette di accelerare il processo di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che vogliono recarsi nel Vecchio continente e si impegna a rilanciare i negoziati di adesione della Turchia all’Unione, bloccati da anni a causa, soprattutto, dell’opposizione di Cipro. Mi auguro che questo sia sufficiente ad allentare la pressione dei flussi migratori dalla Siria sull’Europa. Una cosa è certa, qualcosa bisogna fare e bisogna farlo in fretta.

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