Cinque domande ad Andrea Mennillo – “La Russia è davvero il nemico da combattere?”

Dopo l’uscita dal G8, le sanzioni contro la Russia di Putin continuano a preoccupare l’Italia come il resto dell’Europa. Il Medio Oriente sta diventando una zona sempre più “calda”. A rimetterci, intanto, è l’economia internazionale. Andrea Mennillo, intervistato in occasione della recente visita di Putin in Italia, parla di una scalata verso il dialogo che, sebbene sia caldeggiata da molti, è ancora lontana.

1. Dr. Mennillo, come valuta le attuali relazioni tra Italia e Russia?

Penso che il nostro Paese stia giocando una partita davvero difficile, diviso com’è tra due fuochi: da una parte l’appartenenza all’Unione Europea, dall’altra la necessità di tutelare i propri interessi specifici. Non si possono negare il carattere autoritario del regime Russo e la delicata situazione in Crimea, causa delle sanzioni imposte alla Russia dall’Ue, ma è vero che esiste un importante interscambio economico tra Italia e Russia che non si può ignorare. Lo stesso premier Matteo Renzi, incontrando Putin a Milano e ricordando il forte legame che unisce l’Italia alla Russia, ha sottolineato come l’estensione delle sanzioni non sia stata una decisione facile da prendere, ma che comunque non pregiudica sforzi per aumentare il dialogo con Mosca. Il governo italiano, dunque, ha ben chiaro che una simile situazione impedisce una libera e totale collaborazione con il governo russo, e lo stesso capo del Cremlino ha sottolineato la necessità di eliminare le restrizioni, o almeno di modificarle, per sostenere le aziende che vogliono continuare a fare affari con la Russia. Non bisogna, infatti, dimenticare che i primi a non gradire le sanzioni sono proprio gli imprenditori italiani che perdono un miliardo di euro da contratti già siglati. Il messaggio di Putin a Matteo Renzi è stato chiarissimo: le sanzioni vanno eliminate. Personalmente, penso sia questa la strada da intraprendere.

2. Quanto impattano le sanzioni contro la Russia sull’economia europea?

Sicuramente più del previsto. L’Europa rischia grossi danni economici¹. Secondo le ultime cifre riportate dalla stampa², ci aspetta una perdita di 2 milioni di occupati e 100 miliardi di euro di esportazioni. Solo per l’Italia il danno è stimato in almeno 12 miliardi di euro, con una perdita di 215 mila posti di lavoro. Solo il comparto cibo e bevande, nel primo trimestre di quest’anno, ha esportato verso la Russia il 45% in meno di prodotti. A picco le esportazioni di automobili, crollate di oltre l’ottanta per cento, la quota più alta fra tutti i comparti. Duro colpo anche per la moda e i tessuti, che hanno visto il proprio export ridursi di oltre il trenta percento. A catena, il conto non è meno salato anche per le banche e le grandi aziende. Sono facilmente immaginabili le ripercussioni negative per tutti i cittadini.

3. Che le sanzioni costituiscano un danno enorme per l’economia italiana ne è convinto anche Silvio Berlusconi. Condivide la linea dell’ex premier?

Berlusconi, si è già fatto promotore di un’iniziativa parlamentare per abolire le sanzioni alla Russia. Mi sembra molto realista, perché oramai è inevitabile: la Russia non può essere tagliata fuori dalle questioni internazionali, in quanto rappresenta a tutti gli effetti una potenza economica e militare che in più di qualche occasione ha dato dimostrazione della sua forza. In uno scenario ad alta complessità che cambia di giorno in giorno, il governo russo deve essere coinvolto nelle decisioni strategiche che riguardano il Medio Oriente, perché è un attore importante per il delicato equilibrio di quest’area chiave per l’equilibrio mondiale. Certamente non è facile, visto l’atteggiamento di Putin verso la Nato e l’Occidente. Anche se, nel 2009, fu proprio il governo Obama a ipotizzare un possibile ingresso della Russia nell’Alleanza Atlantica che, lo ricordo, nacque per proteggere l’Europa occidentale dall’Unione Sovietica. Dopo la Crimea le cose sono cambiate, ma l’ostracismo verso la Russia non aiuta a normalizzare i rapporti, anzi, rafforza le prese di distanza di una leadership forte come quella di Putin verso l’Occidente. Si tratta, in definitiva, di tensioni che generano ulteriore inquietudine per le dinamiche politiche che stanno producendo e, soprattutto, per le conseguenze che ne potrebbero derivare.

4. Sembra quasi che sotto la volontà di imporre al governo russo il rispetto degli accordi di Minsk e della sovranità dell’Ucraina, ci sia in realtà un chiaro tentativo di indebolire la Russia. Cosa ne pensa?

Sembra assurdo, ma la tesi del complotto occidentale sta prendendo piede negli ambienti politici filo-russi. A sostenere gli accordi di Minsk sono, guarda caso, soprattutto gli Stati Uniti del presidente Obama. Questa presa di posizione così netta voluta proprio da Washington, rischia però di minare il processo di pace. Come sempre, l’equilibrio sta nel mezzo: la Russia ha enormi responsabilità, ma allo stesso tempo non si può dire che Stati Uniti e Unione Europea non abbiano in qualche modo contribuito a esacerbarne il nazionalismo. Non si può, infatti, parlare di adesione dell’Ucraina alla Nato o all’Unione Europea senza tener conto delle ricadute politiche, economiche e militari per la Russia. Se queste conseguenze sono state anche solo minimamente considerate e si è andati avanti nonostante tutto, allora l’Occidente si è assunto deliberatamente un rischio molto elevato. E le sanzioni, che a loro volta si sono abbattute anche sull’economia russa, hanno poi aggravato la situazione. Arrivati a questo punto, una soluzione economica, e non solo politica, potrebbe essere l’unica strada vantaggiosa sia per Putin sia per l’Occidente, che eviterebbe un’inutile e costosa escalation militare. Del resto, la Russia è stata uno dei primi Paesi a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina, ma – ribadisco – un suo avvicinamento alla Nato sarebbe stato senz’altro troppo. Un’intrusione dell’Occidente negli affari ucraini che è stata letta dal Cremlino come un tentativo di indebolire la statura della Federazione Russa a livello politico e militare.

5. A gravare su una situazione già di per sé complicata, l’avanzata dell’Isis in Siria e l’intensificazione negli ultimi mesi dell’attività diplomatica di Mosca in Medio Oriente. Dr. Mennillo, lei ritiene giusto il coinvolgimento della Russia nelle decisioni che riguardano quest’area così strategica?

Da fermo sostenitore del dialogo, sono convinto che la Russia e l’Occidente debbano risolvere insieme i problemi in Medio Oriente. Ciò vale anche se l’estrema instabilità del contesto mediorientale attuale, così come il numero molto alto di attori coinvolti, rendono lento e complicato ogni eventuale processo di avvicinamento. Mosca di sicuro non è interessata al petrolio, di cui è uno dei maggiori produttori mondiali e che, fra l’altro, oggi ha perso molto del suo valore. Cerca però di garantirsi un proprio spazio e di creare alleanze politiche, monetizzabili poi anche a livello economico, con paesi mediorientali che sono molto simili per natura alla Russia. L’obiettivo del Cremlino, condiviso e sostenuto anche dalla Chiesa ortodossa, appare quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrando al mondo che Putin è un leader globale e che Mosca può rappresentare una valida alternativa a Washington. Che Putin sia il male minore lo dimostrano certe scelte politiche di paesi da sempre alleati degli Stati Uniti, come l’Egitto, che adesso stanno cercando di migliorare le proprie relazioni con la Russia. Mi chiedo a questo punto: perché non accelerare i tempi e lavorare sulla formazione di un’alleanza internazionale antiterroristica per combattere Isis e le altre organizzazioni ad esso affiliate?

1) Da un’inchiesta di sette giornali europei appartenenti al Lena (Leading European Newspaper Alliance)
2) Il Giornale, 19 giugno 2015

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