Cinque domande ad Andrea Mennillo: La “Nuova Via della Seta”, la Cina sempre più prossima all’Europa

Nuovi scenari economici e finanziari si vanno delineando in Europa. Il vecchio continente guarda con crescente entusiasmo alle politiche di sviluppo del Paese del Sol Levante, sempre più competitivo e pronto a spiazzare la vecchia guardia occidentale, Stati Uniti in testa. L’East forum Berlin appena conclusosi nella capitale tedesca ha offerto l’occasione di conoscere un po’ più da vicino le  implicazioni legate alle ultime mosse del gigante asiatico.

Quest’anno si è infatti parlato di  economia in transizione, con uno sguardo attento alla Cina e in particolare al suo imponente progetto infrastrutturale, denominato la “Nuova Via della Seta”. Il dottor Andrea Mennillo, attento osservatore dell’evoluzione dell’area asiatica, ne ha commentato con noi impatti e conseguenze.

1. Dott. Mennillo, lei come interpreta i nuovi equilibri finanziari internazionali alla luce della nascita della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB). Una iniziativa promossa dalla Cina, che ha coinvolto svariati Paesi nell’area di influenza degli USA e la cui espansione in occidente sembrerebbe riproporre nuove tensioni Est-Ovest?

Si tratta di una iniziativa annunciata da tempo e su cui c’era una certa attesa. La AIIb va ad allargare la famiglia delle istituzioni finanziarie multilaterali dedicate allo sviluppo economico e sociale dell’Asia. Ingenti investimenti in infrastrutture porteranno a un più rapido sviluppo, a migliorare qualità della vita e reddito pro-capite delle popolazioni cittadini asiatiche, con ricadute positive anche in altre parti del mondo. Le risposte sono chiare. Il ruolo e l’importanza dell’Asia sulla scena internazionale sono aumentati, ma la regione deve ancora far fronte a gravi carenze infrastrutturali e a problematiche spinose. I fabbisogni d’investimento per infrastrutture dell’Asia sono cresciuti in modo esponenziale e l’AIIB accrescerà le risorse a disposizione per contribuire a soddisfarli. Ma non dimentichiamo un altro aspetto fondamentale: AIIB è stata definita fin dall’inizio come la risposta cinese allo strapotere americano in seno alle grandi istituzioni finanziarie internazionali: di fatto un contrappeso a Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Banca Asiatica di Sviluppo. E’ chiaro che con questa mossa la Cina punta anche a creare un sistema finanziario alternativo a quello creato dagli USA dopo la Seconda guerra mondiale. Il fatto che molti Paesi occidentali (alleati degli USA, fra cui la stessa UK e l’Italia) abbiano deciso di aderirvi è ormai un dato di fatto che può avere una duplice interpretazione: o l’economia è talmente globale da andare oltre gli storici equilibri fra Stati, o la Cina sta effettivamente guadagnando influenza nel mondo occidentale, aprendo qualche crepa nel peso degli USA presso gli alleati. Probabilmente entrambe le ipotesi hanno senso. Anche la seconda appare credibile alla luce delle indiscrezioni di stampa, che a suo tempo parlavano di una “sconfitta per l’amministrazione Obama”. Non penso tuttavia che sarà l’adesione a una banca per lo sviluppo a far crollare un consolidato sistema di alleanze e di rapporti di collaborazione fra gli stati occidentali. Penso piuttosto che sia un altro segno di quanto il mondo sia cambiato e gli equilibri siano sempre in divenire, soprattutto oggi che l’Europa ha un estremo bisogno di smuovere un’economia ferma ormai da troppo tempo.

2. AIIB sarà coinvolta nella realizzazione di un grande progetto infrastrutturale di cui la Cina si sta facendo promotrice, denominato “La Nuova Via della Seta” (the “New Silk Road” o “One Belt One Road”, OBOR) che, nelle intenzioni, faciliterà i commerci fra il paese asiatico e l’Europa. Lei, Dott. Mennillo, cosa ne pensa?

AIIB è fra le istituzioni che dovrà finanziare i 900 miliardi di dollari preventivati per la realizzazione di questa opera immensa, che coinvolgerà 60 Paesi e una popolazione di oltre 4 miliardi di persone. E’ perciò scontato che l’interesse per la nascente Banca asiatica dedicata alle infrastrutture arrivi fino in Europa. L’Italia è, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, tra i primi paesi dell’Ue ad aver comunicato l’adesione all’istituto. I più scettici rispetto al progetto di iniziativa cinese sono gli Stati Uniti. Washington non ha certo risparmiato le critiche, sottolineando che il finanziamento delle infrastrutture nell’area asiatica avviene già attraverso la Banca Asiatica di Sviluppo (guarda caso guidata da Giappone e Stati Uniti) oltre che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Il lancio di AIIB è solo uno dei progetti di investimento in cantiere per la Cina. Come accade in questi casi, il dibattito fra i sostenitori dei pro e dei contro è sempre vivo, ma vedo subito vantaggi importanti per Pechino: intanto, la possibilità di utilizzare la sua enorme liquidità in un progetto concreto, anziché accumulare titoli del debito USA. Poi, dare una risposta incisiva all’ampio fabbisogno infrastrutturale dell’Asia (il gap infrastrutturale delle regioni coinvolte dall’OBOR è stimato in circa $ 8 trilioni), visto che il progetto comprende una via terrestre e una marittima. Infine, rispondere anche a un bisogno strategico e allo stesso tempo economico di Pechino: avvicinare il centro del Paese alle sue aree periferiche e ai Paesi del centro e Sud-Est asiatico, con i quali stringere accordi commerciali e rafforzare la propria sfera di influenza, nonché la propria immagine. In definitiva, si potrà dare un forte impulso ai commerci e ai vantaggi derivanti da una maggiore interconnessione.

3. Questo progetto sembrerebbe essere un tassello di una continua espansione economica della Cina verso Ovest. Leggendo il quadro geopolitico complessivo, lei vede questa tendenza come un pericolo per l’Occidente?

Il 21 maggio 2014, il presidente Xi Jinping dichiarò l’intenzione della Cina di voler sviluppare relazioni amichevoli e di cooperazione con gli altri Paesi sulla base di principi di coesistenza pacifica. Credo sia all’interno di questa cornice che si debba leggere il progetto che riprende la storica “Via della Seta”. Molti però definiscono questa espansione la “corsa all’Ovest” della Cina e la vedono come un ribilanciamento, una risposta alla crescente presenza USA in estremo oriente. Tuttavia, mi sembra riduttivo considerarla come unica motivazione, perché invece Pechino ha più di una ragione per spingersi a ovest. Oltre alle ragioni economiche e strategiche già viste, credo che la Cina abbia un estremo bisogno di avvicinarsi al mondo occidentale e di intrattenere relazioni più strette con le relative istituzioni, anche finanziarie. Inoltre, il progetto OBOR rappresenta la modalità fisica di connessione con l’occidente che, non dimentichiamolo, aiuterà ulteriormente le imprese cinesi a internazionalizzarsi impiegando l’eccesso di capacità produttiva nel settore infrastrutture. Considero pertanto gli investimenti cinesi, specialmente in Europa, e questo grande progetto infrastrutturale nell’ottica di un fenomeno di avvicinamento e di ricerca di una maggiore integrazione con il mondo occidentale.

4. Nel frattempo gli USA sono molto attivi sul fronte degli accordi commerciali, ovvero TTIP con l’Europa  e TPP con i Paesi dai due lati del Pacifico. Lei crede che sia un modo per arginare la Cina?
Il TTIP viene in realtà visto come una leva economica della Nato con l’obiettivo di contenere la Russia; il TPP, d’altro canto, può essere un tentativo di contenere la Cina e di creare un blocco economico antagonista in Asia. Non dimentichiamo poi i BRICS e i loro sforzi per mettere in piedi un un blocco economico alternativo a quello occidentale. Ma mentre Stati Uniti ed Unione Europea discutono il contestato TTIP, la “Nuova Via della Seta” prende una forma sempre più chiara. Il progetto si svilupperà anche attraverso Paesi in cui l’influenza USA è ancora debole o non ancora consolidata con alleanze formali. Penso ad esempio all’Afghanistan, che dopo il ritiro dell’impegno USA, lascia uno spazio di manovra strategico alla Cina per concludere nuovi accordi. Da parte sua, la Cina sottolinea piuttosto il voler portare “democrazia” nelle istituzioni finanziare globali, dato che AIIB e OBOR sono iniziative che dovrebbero dar voce a molti Paesi in via di sviluppo, dando maggiori garanzie di equità ai Paesi più deboli rispetto a quanto oggi facciano istituzioni come l’IMF. Tuttavia, penso che un bipolarismo USA-Cina non porterà risultati positivi per nessuno. Gli Usa potrebbero invece sfruttare questo sforzo di apertura che sta facendo la Cina per cercare un maggior dialogo e inaugurare una stagione di cooperazione anziché continuare con la contrapposizione. Inoltre, la promozione del commercio e di una maggiore cooperazione, anche finanziaria, attraverso progetti infrastrutturali che comportino un vasto coordinamento multilaterale, credo abbiano il vantaggio di contribuire alla costruzione di un’area economica ad alta integrazione da prendere come esempio.
5. Quali opportunità vede per l’Europa e per l’Italia da un progetto come OBOR?

Un’opera come OBOR, che vedrebbe l’Europa come destinazione di un enorme corridoio commerciale, potrebbe dare una spinta a un’economia che da troppo tempo non riparte. Molto dipenderà da come la UE saprà giocarsi questa carta portando reali benefici alle economie dei Paesi membri. A cascata potrebbero esserci molte buone opportunità anche per l’Italia, la cui decisione di aderire a AIIB non è di certo indipendente dai crescenti interessi economici cinesi in Italia. “Operando in stretto raccordo con i partner europei e internazionali” ha annunciato il governo italiano con un comunicato del Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’Italia intende “lavorare con i membri fondatori della AIIB per costruire un’istituzione che segua i migliori principi e le migliori pratiche in materia di governo societario e di politiche di salvaguardia, di sostenibilità del debito e di appalti”. È arrivato il momento di affrontare investimenti e progetti cinesi con lucidità, mettendo da parte timori e posizioni di principio, per agganciarli a progetti sistemici con ricadute per il Paese. Nel caso di OBOR, sarà determinante per l’Italia riuscire a integrarsi strategicamente alle nuove reti in via di creazione, per dare alle imprese accesso a nuove vie commerciali e mercati di sbocco facenti parte della medesima strategia. Non dimentichiamoci, infatti, che gli investitori cinesi possiedono già quote nelle nostre principali banche e in molti grandi gruppi industriali del Paese. E non credo si fermeranno nel breve.

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