Cinque domande ad Andrea Mennillo: “Iran-Arabia Saudita, uno scontro che vale l’egemonia nel Medio Oriente”

Ne abbiamo parlato con Andrea Mennillo, esperto economista e particolarmente sensibile alle questioni politiche internazionali, in occasione del convegno “Yemen: le 1000 e una guerra” organizzato dal Festival dei Diritti Umani e ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) lo scorso 22 marzo a Milano.
Le sommosse sciite scatenate dall’esecuzione di 47 persone indicate come «terroristi», tra i quali il leader sciita, Nimr al Nimr, da parte dell’Arabia Saudita, bastione dell’Islam Sunnita, hanno scosso profondamente l’opinione pubblica che continua con timore a tenere gli occhi puntati sulle vicende del vicino Medio Oriente.

1. Le recenti tensioni tra Arabia Saudita e Iran gettano nuova benzina sul fuoco. Qual è la sua opinione in merito?

La cosa non mi sorprende, è un’ulteriore conferma della cronica instabilità della regione. L’annullamento delle sanzioni a Teheran dopo l’accordo sul programma nucleare sta certamente ridisegnando gli equilibri fra i due Paesi che, più o meno direttamente, si stanno fronteggiando già da tempo per l’egemonia in Medio Oriente. Lo vediamo sia nella guerra civile in Siria, sia nel conflitto in Yemen. A peggiorare un clima già teso, l’espulsione di diplomatici iraniani dall’Arabia e l’esecuzione dell’Ayatollah Al-Nimr da parte del Regno Wahabita, con conseguenze prevedibili: violente proteste e uno scontato assalto all’ambasciata Saudita di Teheran. Con la rimozione delle sanzioni, l’Iran torna a pieno titolo sul palcoscenico diplomatico internazionale e diversi Paesi, Italia compresa, sono pronti a riavviare rapporti di tipo economico. Così l’Arabia Saudita vede minacciata la sua leadership in Medio Oriente, soprattutto sul fronte petrolifero. Il problema vero, secondo me, è che entrambi, Iran e Arabia Saudita, mirano a essere potenze egemoni nella regione, ma sono storicamente e culturalmente incompatibili. L’Iran, a maggioranza sciita, l’Arabia Saudita a maggioranza sunnita. Fino ad oggi, gli Stati Uniti sono riusciti a mantenere un certo equilibrio, grazie alla loro influenza sull’Arabia Saudita e alle sanzioni all’Iran. Oggi le condizioni sono cambiate e gli Stati Uniti di Obama si trovano tra due fuochi: da una parte hanno promosso l’accordo sul nucleare, dall’altra non vogliono sciogliere i legami con i sauditi. Trovare un compromesso non sarà facile.

2. Secondo lei, lo scontro in atto potrebbe avere origini ben più antiche?

Si, certo. Il mondo islamico è stato caratterizzato da una grossa frattura interna. Le tensioni tra Arabia Saudita e Iran sono antiche come antica è la divisione tra sunniti e sciiti. Dopo la morte di Maometto avvenuta nel 632 d.C., la scelta del suo successore divise la comunità islamica di allora. La motivazione della frattura non sembra essere strettamente religiosa, piuttosto politica. Ai primi tre successori, nell’ordine Abu Bakr, Omar e Uthman segue Ali che rivendica il diritto alla successione in quanto consanguineo di Maometto (a differenza degli altri). Non riconosciuto dalla comunità islamica, Ali, cugino e genero del Profeta, crea la spaccatura dando origine alla corrente sciita. Oggi nel mondo islamico i sunniti sono la stragrande maggioranza, circa 85%, mentre gli sciiti hanno una presenza predominante in Iran, Iraq, Bahrein, Libano e sono presenti, anche se in minoranza, in Turchia, Siria, Yemen e nella stessa Arabia Saudita.

3. Quali sono le principali differenze tra sunniti e sciiti?

Le differenze partono già dalla denominazione. Tutto comincia dalla diatriba per la successione di Maometto. I primi tre califfi – Abu Bakr, Omar e Uthman – seguirono alla lettera i precetti della Sunna (da qui sunniti), cioè gli atti e gli insegnamenti del Profeta, mentre il diverso approccio di Ali gli valse l’appellativo di “dissidente” (shi’a in arabo significa fazione) contrapponendo così al sunnismo lo sciismo. Inoltre, per i sunniti i legittimi successori di Maometto non avevano alcun ruolo religioso ma solo il dovere di garantire l’ideale unità della comunità. Gli sciiti, invece, vedono nei loro leader religiosi un riflesso di Dio in Terra. Secondo gli sciiti, infatti, Dio non poteva lasciare la comunità musulmana senza una guida religiosa. Infine, è anche completamente diverso il modo di interpretare le scritture: gli sciiti ritengono che il Corano abbia un duplice livello, uno letterale e uno critico. I sunniti sono, tendenzialmente, più inclini ad accettare i dettami del Corano alla lettera.

4. E Daesh come si colloca in tutto questo?

Daesh non è la causa di ciò che accade oggi in Medio Oriente, ma una conseguenza. Rappresenta l’espressione più estrema del fondamentalismo. Un fenomeno che nelle sue varie gradazioni vuole riportare l’Islam alla sua primitiva purezza. Il wahabismo orbita attorno a questa ortodossia islamica. Wahabiti sono gli attuali regnanti dell’Arabia Saudita. Non a caso, per i wahabiti, le uniche regole per una giusta vita religiosa sono scritte nel Corano e nella Sunna. Ogni altra interpretazione non è valida. L’Occidente si è quasi stupito dell’improvvisa entrata in scena di Daesh, apparso poco più di un paio di anni fa. Balzato agli onori della cronaca per la sua brutalità e la straordinaria capacità di attrarre la gioventù sunnita (e non solo), Daesh è diventato una minaccia sempre più concreta sia per il mondo occidentale, ma anche per quell’Arabia Saudita la cui posizione rimane fortemente ambigua. Infatti, seppur ricca di modernità e nonostante continui ad essere il principale referente occidentale in Medio Oriente, conserva forti legami con la visione wahabita delle origini. Un wahabismo spregiudicato sul piano politico-finanziario, oscurantista su quello dottrinario che si è affermato nel Novecento grazie all’appoggio delle grandi potenze occidentali alla monarchia saudita.
Così, in anni in cui Europa e Stati Uniti marciavano verso la democrazia, l’Islam andava in senso opposto. Oggi si sta diffondendo in tutto il mondo musulmano, ma deve anche fare i conti con le sue ali più estreme, da cui è nata la rete di Al Quaeda. Mi chiedo se l’Occidente abbia veramente colto questa involuzione nella sua profondità.

5. Che strada potrebbe prendere secondo lei l’Arabia nei prossimi anni? Penderà verso l’estremismo o si avvicinerà al modello occidentale?

Difficile fare previsioni. La crescita del radicalismo sunnita come conseguenza della rivoluzione wahabita potrebbe creare contrasti interni al Paese. Da un lato, l’Arabia Saudita combatte contro altri musulmani al fianco dei cristiani (c.d. infedeli) cosa che è considerata “haram”, proibita, dal corano. Dall’altro, si pone come leader del mondo islamico anche e soprattutto dal punto di vista dell’ortodossia religiosa. Qui vediamo riproporsi il difficile rapporto tra mondo islamico e paesi occidentali che ancora oggi non lascia intravedere una possibile pacificazione. Molti ancora pensano che ci troviamo di fronte ad una guerra tra religioni, Cristiani contro Mussulmani, in realtà assistiamo ad un conflitto tra due culture radicalmente diverse, anzi opposte. La cosa fondamentale è che i paesi occidentali, in primis gli Stati Uniti, si facciano scrupolosi osservatori della realtà e attori consapevoli in questo delicato gioco di equilibrio.

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