Cinque domande ad Andrea Mennillo: “L’Europa dopo la Brexit. Riuscirà a scaldare più i cuori degli animi”

La Brexit diventa ufficiale. La lettera che dà l’avvio alla procedura di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, firmata dal primo ministro britannico Theresa May, è stata da pochi giorni consegnata, per mano dell’ambasciatore britannico a Bruxelles, a Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo. A nove mesi dal referendum, la procedura di uscita ha visto consumarsi il suo primo atto formale. Forse qualcuno sperava in una retromarcia, che non c’è stata e non ci sarà, come ha chiarito lo stesso primo ministro britannico: “Non si torna indietro”.

A pochi giorni dalle celebrazioni per i 60 anni dei Trattati europei, il Dott. Mennillo è stato intervistato per parlare del futuro dell’Europa Unita. Di seguito un estratto dell’intervista.

1. Dott. Mennillo, l’ultima volta che abbiamo parlato di Europa, erano freschi i risultati del referendum britannico sulla permanenza nell’UE. Oggi la Brexit sta diventando realtà. Sembra che, da qualche anno, l’integrazione europea scaldi più gli animi dei cuori. Come vede lei oggi l’ideale di Europa? E’ ancora realistico?

L’Europa sta certamente diventando un tema sempre più caldo, su cui si è detto molto e su cui si dice molto. Prima di esprimere un giudizio sull’attualità del suo ideale vorrei proporre una riflessione sul senso originario della UE. Già alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, per i Paesi europei era chiaro che solo unendosi avrebbero potuto garantire pace e prosperità a lungo termine. Questa fu la convinzione che mosse la firma del Trattato di Roma, nel tentativo di realizzare quel concetto unitario di valori e culture comuni nate nel secolo precedente e capaci di coniugare indipendenza, pace e libertà. Effettivamente, sono tante le conquiste raggiunte dall’Europa, dalla libera circolazione, all’introduzione di una moneta comune. L’ideale dei Padri Fondatori che ci ha regalato settant’anni di pace, stabilità e benessere – il più lungo della nostra storia – non merita affatto, secondo me, di essere accantonato. Piuttosto, adesso è il momento di rilanciarlo e procedere verso una maggiore coesione fra Paesi, perché ci troviamo in una fase molto delicata, non ultimo caratterizzata dalla continua minaccia terroristica.

2. Perché ritiene necessario completare il processo d’integrazione? E con quali equilibri?

In questo contesto geopolitico globale, non vedo molte alternative a un’Europa unita e integrata. Gli equilibri economici stanno già cambiando a nostro sfavore e i divari sono destinati ad allargarsi. Colossi come Cina e India saranno sempre più “pesanti” a livello economico e demografico. Mi sorprenderei se fra trent’anni il PIL europeo arrivasse a pesare più del 10% sul PIL mondiale.

Pensiamo anche alle dinamiche demografiche: nel 2050, in un mondo di nove miliardi di abitanti, le nazioni europee tutte insieme non arriveranno al 10%, rispetto al 20% del 1950. E nessuna nazione in Europa, da sola, conterà per più dell’1%. Questi sono dati di fatto che non dobbiamo perdere mai di vista.

3. Intanto, le elezioni olandesi hanno scongiurato il pericolo di una vittoria del partito anti-UE e in Francia Macron ha fermato Marine Le Pen. Tuttavia, nonostante la battuta d’arresto elettorale, l’ondata antieuropeista sembra lontana dal dirsi esaurita. Come mai, secondo lei, la UE suscita una così forte ostilità? 

Fare l’Euro non significa fare l’Europa. Come era facilmente intuibile fin dall’inizio, non basta avere una moneta unica per avere un popolo europeo. L’identità collettiva è ciò che manca oggi a questa Europa e la sua costruzione passa necessariamente attraverso un progetto politico e culturale in cui i cittadini possano identificarsi. Penso che la questione identitaria sia ora diventata una priorità. L’Unione è attraversata da forti contrasti, che in molti casi rischiano di trasformarsi in vere e proprie fratture. Le differenze economiche con le loro paure rendono difficile il dialogo e minano alla base i rapporti fra gli Stati. I Paesi del nord rifiutano politiche d’integrazione e di solidarietà, mentre nei Paesi del sud cresce la protesta contro le politiche di austerità e si chiede più solidarietà. In tutto questo, le istituzioni europee restano entità lontane dai luoghi dove i cittadini affrontano le difficoltà della vita quotidiana, mentre il sistema politico viene giudicato incapace di interpretare i problemi e di rispettare gli impegni presi. C’è quindi un urgente bisogno di riconciliazione dell’Unione con i suoi cittadini, perché il loro consenso è condizione indispensabile se si vuole un solido futuro democratico.

4. Fino adesso abbiamo parlato di problemi. Quali sono secondo lei, invece, i punti di forza su cui può far leva questa Europa?

Una vera “unione delle forze” sarebbe un grandissimo moltiplicatore di efficacia, trasformando le eccellenze peculiari europee in veri vantaggi competitivi. L’Europa si è sempre distinta per la qualità del suo capitale intellettuale: basti pensare che nel 2003, il 22% delle richieste di brevetto su scala mondiale proveniva da Paesi europei. Oggi tale quota si è ridotta a causa di altri Paesi che nel frattempo sono cresciuti, a dimostrazione di quanto lo scenario globale sia mutevole e richieda un costante impegno per non perdere posizioni. Penso che se si mettessero a fattor comune le eccellenze di tutti gli stati membri in ogni settore, l’Europa non temerebbe confronti con nessuno. Si tratta, quindi, di scoprire e valorizzare la ricchezza insita nella diversità di ciascun Paese del Vecchio Continente.

5. E il futuro? Lei Crede negli Stati Uniti d’Europa?

Il futuro dipenderà da quanto le istituzioni europee sapranno accogliere le istanze dei cittadini e da quanto i singoli Stati membri sapranno mettere da parte gli interessi di parte per trovare un punto di sintesi che faccia anzitutto gli interessi della collettività. Tuttavia, non credo sarà facile, perché la storia europea è assai diversa da quella americana. Da questa parte dell’oceano, abbiamo alle spalle almeno 2000 anni di divisioni fra popoli e culture profondamente diversi fra loro. Al di là dell’Atlantico, il collante si è creato 500 anni fa ed è ancora forte: allora si trattava di costruire una nazione su un territorio nuovo, oggi si tratta di rendere quella stessa nazione sempre  più sicura e durevole.

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